
Camaioni, quando l’arte si «gusta» con gli occhi
di CECILIA CI
Mondi improbabili, invitanti scenografie dai colori squillanti, architetture fatte di cibo. Daniele Camaioni, fotografa un immaginario universo, un paese di Alice, ridisegnato con nuovi intenti, dove i sentieri sono fatti di zucchero e cioccolata. Ma anche una dimensione, dove l’umanità è alla ricerca di Illuminazioni…
I primi passi di Daniele Camaioni come artista.
«Forse, non si tratta nemmeno di primi passi, credo di essere nato con l’impronta d’artista. Da bambino creavo oggetti, inventavo storie, racconti per immagini, cercavo le forme più strane, smontavo i giocattoli e li ricostruivo, .come spesso fanno i bambini . Ma già a 4 anni, dipingevo le pareti della mia stanza e ogni mese cambiavo di nuovo il colore».
Dal gioco d’esercizio e simbolico, ad realtà professionale che in fondo ha le stesse caratteristiche di quella prima attività.
«Sì, in fondo credo di aver portato con me i contenuti del mio gioco infantile, l’espressione artistica nasce da una visione delle cose libera da stereotipi, quando lavoro mi diverto e mi sento libero veramente. E’ stato l’ incontro con il mio maestro Paolo Consorti, a cambiare la mia vita. Mio cugino era un suo collezionista e ho cominciato così a frequentare il suo studio. Per lui ho un profondo senso di gratitudine, ha creduto in me, ha dedicato il suo tempo a indirizzarmi verso la strada giusta. Un Maestro di lavoro e di vita».
Quello della fotografia è il linguaggio con cui ti esprimi, perché hai scelto questo mezzo?
«Quello della fotografia digitale è il mezzo con cui mi esprimo, come lo è per Paolo Consorti. La fotografia, poi, mi consente di fissare in fretta una scenografia fatta di cibo, che rischia di deteriorasi addirittura in pochi minuti».
I contenuti visivi della tue opere, nascono da piccole sculture e installazioni fatte di cibo che si tramutano in coloratissimi mondi fantastici. Da dove ha origine questa particolarità?
«È nella la cucina del ristorante dei miei genitori, che ho imparato ad amare il cibo , là dove in realtà sono cresciuto. Il mio entusiasmo per l’arte nasce proprio dai colori, dagli accostamenti, dalle variazioni del cibo come materia . Non ho mai avuto la passione per l’arte culinaria, utilizzavo gli alimenti come strumenti di evasione, creavo gli stessi mondi che oggi fanno parte delle mie opere. Quello che allora era per me solo un gioco, è stato un esercizio di preparazione alla vita seria».
Ti consideri un interprete della cosiddetta Food Art?
«Ormai si, anche il secondo posto al premio/mostra Food Art 2011 a Ceglie Messapica (BR) ha consolidato questa caratteristica che contraddistingue tutto il mio percorso artistico».
Se le tue scenografie sono realizzate da te, sei in qualche modo uno scultore, se non sono tue, hai comunque la passione della scultura.
«Sono sempre stato affascinato dalla tridimensionalità, per la realizzazione dei set di cibo, a volte lavoro da solo, mentre per le realizzazioni più grandi o articolate, ho uno staff di chef che danno vita alle mie immagini mentali».
La tua opera The Human Revolution, un affollato e angustiato mondo di esseri umani nati dalla trasformazione di funghi champignon, rimanda ad una atmosfera da inferno dantesco, ma è anche qualcosa che ricorda il lavoro di Paolo Consorti.
«Gli scenari del progetto artistico The Human Revolution (in basso la prima foto a sinistra) hanno in comune una dimensione spirituale con alcuni tratti dell’opera di Dante. La prima serie di lavori intitolati Bodhisattva, sono ispirati a queste entità che nascono dalla terra e aspirano alla buddità (illuminazione) cercando di aiutare tutti gli uomini nel raggiungimento di essa. Se leggiamo alcuni passi del Sutra del Loto (testo buddista), Shakyamuni scrive: A questo punto la terra trema e si apre e da essa emerge un numero di bodhisattva pari ai granelli di sabbia di sessantamila fiumi Gange».
Questo significa che sei buddista?
«Sì, sono buddista, il buddismo è una filosofia di vita che ti guida a superare i propri limiti, verso una crescita personale ed umana in un abbraccio universale».
Quale è il messaggio di The Human Revolution?
«Si tratta di un progetto che sto sviluppando. Il messaggio che è alla base di tutto è appunto La rivoluzione umana principio fondamentale del Buddismo di Nichiren Daishonin. Daisaku Ikeda, leader spirituale buddista che scrive, La rivoluzione umana in un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità».
All’arte in genere e alla tua arte quindi, attribuisci un fine sociale ?
«Non è stato così con le mie prime opere, oggi sono maturo per affidare all’arte il compito di sensibilizzazione e già con The Human Revolution ho iniziato questo cammino».
Io credo che chi si dedica all’arte obbedisca a qualcosa che somiglia ad una chiamata, una vocazione. Per te è così?
«Penso che ognuno nella vita abbia una missione. Il mio fare arte è un bisogno vitale., il messaggio che c’è dietro ad ogni progetto mi è sempre chiaro, seppur nel momento creativo sono completamente libero ed istintivo».
Hai in programma un evento d’arte a New York, cosa significa per te varcare l’oceano con il tuo lavoro?
«Essere chiamato ad esporre nella capitale dell’arte contemporanea è una grande emozione, questa è la seconda mostra al di la dell’oceano ma l’emozione è la stessa.. Avere la possibilità di far conoscere il mio lavoro fuori dai confini nazionali, oltre che un riconoscimento alla mia ricerca e una gratificazione personale, è un modo per oltrepassare quei limiti territoriali che non appartengono all’arte».
Che cosa c’è oggi dietro l’obiettivo della tua macchina fotografica? O meglio cosa vede Daniele in senso metaforico?
«La mia immaginazione e un senso di libertà, un regno che io posso dominare. Immagino nuove dimensioni, la fotografia mi permette di rendere reali le mie visioni e rendere gli altri partecipi».
Il lavoro per te è pace, quiete, è liberatorio, oppure?
«Racchiude tutte le emozioni. Quando dedico la giornata al mio lavoro non ci sono orari, vivo in una dimensione temporale dilatata nella quale mi sento perfettamente a mio agio».
Se ti chiedessero di realizzare e fotografare una scenografia che proietti l’immagine di un Paradiso terrestre, quello di un Adamo ed Eva del nostro tempo, come lo realizzeresti ?
«Vorrei trasmettere una golosità
..peccaminosa…. e la bellezza della trasgressione, con tante mele rosse fuoco. Anche nell’iconografia del paradiso terrestre , c’erano mele. Io non ci vedo nulla di peccaminoso nel peccato di gola, le mele per dare continuità al tema, il rosso assumerebbe la connotazione della forza , del piacere».
E un luogo fatto su misura per te, avrebbe le stesse caratteristiche ?
«Direi proprio di si, sono molto godereccio, mi piace mangiare
»
Che cosa si aspetta Daniele dalsuo lavoro e cosa si aspetta il lavoro da Daniele ?
«La stessa cosa, vicendevolmente, la Felicità».
Cosa intendi per Felicità?
«Una dimensione che non è fine a se stessa, ma una condizione umana, uno spirito che non è solo nell’arte ma in tutte le cose».
Nelle tue opere vince il colore , sono i colori del tuo mondo?
«Sono i colori della mia immaginazione, a me piace vivere in ambienti piuttosto asettici, ma quando creo, amo circondarmi di rosso di verde d’azzurro, d’arancione».
Lasceresti la tua cucina e la fotografia se potessi diventare per incanto il proprietario della catena MC Donald’s ?
«No , vorrei continuare ad essere libero».
Libertà non è star sopra un albero, cantava Giorgio Gaber. Quando, Daniele Camaioni è libero come un uomo che cammina dentro a un bosco con la gioia di seguire un’avventura .